Mentre infatti il numero complessivo delle imprese ristagna e anzi segna una lieve diminuzione (e le previsioni per il 2009 sono ben pi๠negative), le partite IVA aperte da donne immigrate da altri paesi comunitari e soprattutto, dall’Est, dall’Africa o dall’Oriente sono in continuo aumento: il7,8% in pi๠rispetto all’anno precedente, per un totale di 46.712 alla data del 31 dicembre scorso.
Un dato persino superiore rispetto a quello, pur ragguardevole, degli imprenditori immigrati di sesso maschile, che nel 2008 sono cresciuti del 6,3%.
Le straniere rappresentano in tutto il 5,8% del totale delle donne imprenditrici in Italia, pari a circa 806mila, e provengono per lo pi๠dalla Cina: ristoranti, negozi di abbigliamento e negozi di oggettistica sono le attività pi๠diffuse, ma non scarseggiano nemmeno imprese di pulizie e di comunicazione.
I dipendenti sono quasi tutti della medesima nazionalità della titolare, ma non èpi๠cosଠraro che siano italiani.
Piuttosto ridotti i rapporti con le banche: in genere i prestiti per avviare l’attività provengono dalle tasche di parenti e connazionali.
L’immigrazione femminile nel nostro Paese èsostanzialmente agli inizi e questo spiega punte di crescita cosଠelevate, con margini di ulteriore aumento ancora enormi. Fra le motivazioni principali che spingono una donna immigrata nel nostro Paese a giocare la carta aziendale sono sia l’universale inventiva dell’imprenditore, sia la volontà di sfuggire allo sfruttamento cui frequentemente i lavoratori extracomunitari sono sottoposti.